DIVORZIO ALLA COREANA

Questo post è amorevolmente offerto dalla Shisus.


È il 29 Agosto 2019, dieci giorni dopo il nostro primo anniversario di matrimonio, e quella che pensavo sarebbe stata una serata normale si è trasformata nel primo passo verso il divorzio.


Io e il mio ex marito avevamo un matrimonio normale, fatto per lo più di momenti felici dato che eravamo sposati da solo un anno, niente che mi facesse pensare che di lì a poco tutto sarebbe finito. Le cose sono cominciate a diventare un po’ strane quando il 4 Luglio siamo tornati in Corea dopo aver passato dei giorni indimenticabili in Italia con la mia famiglia, durante i quali mio marito è stato trattato da tutti come un principe, cercando di farlo sentire il più possibile a suo agio. Una volta in Corea, però, ha cominciato a tornare a casa davvero tardi la sera, a causa del suo lavoro, buttandosi semplicemente sul letto e dicendomi solo "ciao". Negli ultimi due mesi, quindi, non riuscivamo a passare molto tempo insieme. Lui partiva la mattina alle 6:00 e tornava distrutto a casa tra le 20:00 e le 21:00. Io comprendevo la situazione e cercavo di dargli meno fastidio possibile: il lavoro non andava bene, perché l'azienda di famiglia stava navigando in cattive acque, e molto spesso gli impegni professionali lo obbligavano ad andare in altre città, anche abbastanza lontane. Mettiamoci anche il fatto che per andare da dove abitavamo, a Guri, alla sua ditta (nonché casa dei suoi genitori), ubicata a Yangpyeong, ci volevano tra i 40' e i 60'; un tragitto che ovviamente lui era costretto a fare quotidianamente 2 volte.


Un sabato sera uscì con un suo amico e andarono in discoteca. Niente di strano, lo facevamo spesso, eravamo liberi di incontrare i nostri amici quando volevamo. A un certo punto ricevo una sua chiamata durante la quale mi informava di aver perso la fede di matrimonio nel bagno del locale... Purtroppo per lui non sono nata ieri e queste storie non me le bevo, soprattutto se mi telefoni apposta per dirmelo, decisamente poco furbo... Ero consapevole che se la fosse tolta apposta e l’avesse persa, del resto non era la prima volta che succedeva che si togliesse la fede. La mattina dopo, infatti, confessò, dicendo che voleva aiutare il suo amico a trovare una ragazza straniera, poiché il suo amico non parlava inglese, e con la fede addosso non ci sarebbe riuscito. Inutile dire quanto mi sia arrabbiata e quanta fiducia abbia perso in lui, anche perché le fedi erano state un regalo di mia nonna, che ci aveva dato i soldi per comprarle. Nonostante ciò, cercò di rimediare e il weekend successivo siamo andati in gioielleria per ordinarne un'altra identica a quella precedente. Dopo quel giorno abbiamo deciso di passarci sopra e lui mi promise di non fare più una cosa del genere.


Qualche tempo dopo mia madre sarebbe venuta in Corea, e quando lo informai della cosa chiedendogli se avremmo potuto ospitarla a casa nostra il mio ex non obbiettò, ma espresse il desiderio che la cosa non giungesse alle orecchie dei suoi genitori. Sinceramente rimasi basita a sentire quelle parole, e questo mi fece capire che la sua famiglia non aveva piacere che mia madre venisse in Corea così spesso, sebbene, a quel tempo, non ne capissi il perché.

Una sera, quando mia madre era già arrivata, mio marito tornò a casa dicendomi che i suoi genitori gli avevano proposto di vivere a Yangpyeong durante la settimana, dal lunedì al sabato, e tornare a casa sua, ovvero da sua moglie, nel weekend (dunque, nella pratica, dalla tarda serata del sabato fino al lunedì mattina). La motivazione era che, a loro avviso, guidare per un'ora all’andata e al ritorno tutti i giorni era troppo pericoloso. La cosa che più mi stupì fu che lui era d’accordo ed era intenzionato a seguire la loro proposta già dal giorno dopo, senza nemmeno chiedere il mio parere. Ero nera: come potevano i suoi genitori proporgli una cosa del genere?! A mio marito la richiesta pareva pienamente legittima perché, secondo lui, la responsabilità era mia, visto che non volevo vivere a Yangpyeong. Vi era poi un’aggravante: ovvero il fatto che mi fossi rifiutata di fare un figlio.

Il mio rifiuto di traslocare non era immotivato. Dovete sapere che Yangpyeong è una località rurale, un paese immerso nella campagna dove non c'è assolutamente niente, neanche un supermercato con qualche prodotto straniero (tipo la pasta). Le possibilità di trovare un'occupazione lì, per una straniera quale ero io, sarebbero state di fatto molto basse, quasi nulle. Senza contare che avevo già trovato un lavoro come insegnante di inglese per bambini vicino a casa nostra, ed era stato il mio ex stesso a ripetermi varie volte che desiderava che svolgessi un impiego a Guri. Riguardo ai figli, invece, credevo che avessimo tempo per pensarci su bene: siamo giovani, dicevo, ed eravamo sposati da solo un anno! Inoltre non reputavo che il mio ex fosse assolutamente pronto e nutrivo anche seri dubbi che gli piacessero i bambini, visto che era capitato che li definisse "fastidiosi".

Ovviamente quella sera litigammo e decisi che questa storia doveva finire, perché non era la prima volta che discutevamo per colpa di questi argomenti, anzi. A ben vedere la nostra relazione andava bene, così come la convivenza quotidiana. A minare la nostra felicità erano le pressioni che i suoi genitori ci facevano, uno stress che inevitabilmente ci portava a battibeccare.

Il giorno dopo, io, lui e mia madre andammo a Yangpyeong per sederci a un tavolo con la sua famiglia e decidere il da farsi. La discussione portò ad avere un accordo: ci saremmo trasferiti a Yangpyeong tra un anno, a patto che loro smettessero di pretendere che avessi una gravidanza.

In quell'occasione mia suocera disse testualmente: «Adesso sei in Corea, devi dimenticarti dell'Italia, che sei italiana e tutto ciò che hai in Italia, adesso sei parte della famiglia di tuo marito». Fu così che compresi appieno perché il mio ex non volesse che i suoi genitori sapessero che mia madre sarebbe venuta in Corea. Ciò intaccava il principio secondo cui una donna sposata doveva sottomettersi ai voleri della famiglia del coniuge. Se avessi continuato, infatti, a mantenere dei legami solidi con la mia famiglia d'origine, loro avrebbero potuto esercitare meno controllo su di me. Ovviamente le risposi che non ero coreana, ma italiana, ed era una cosa che, evidentemente, sapevano bene fin dall'inizio. Ciononostante, ho sempre partecipato senza fiatare a tutte le cerimonie imposte dalla tradizione coreana, assolvendo a tutti gli obblighi, rituali e domestici, che il mio ruolo mi assegnava. Anzi, non era inusuale che fossi maggiormente presente io rispetto alla sorella del mio ex.

Nonostante persistessero queste divergenze di fondo, dopo la discussione eravamo tutti molto più felici e rilassati, soprattutto mio marito, che sorrideva e gioiva per il fatto di non essere più in mezzo a due fuochi. Inoltre mia suocera mi promise che, se avessi avuto un qualsiasi tipo di problema, avrei potuto contare sul suo aiuto, e assicurò a mia madre che mi avrebbe trattata come una figlia. Fu un'abilissima attrice, perché la situazione iniziò a dare segni di cedimento già l’indomani quando mi chiamò per dirmi: «Isabella, ieri ti ho vista, sei ingrassata, non mangiare troppo». Fine. Ero fuori di me dalla rabbia e anche il mio ex quando lo venne a sapere sbottò, salvo poi consigliarmi di lasciare correre.


Nei giorni successivi il mio ex iniziò a dormire a casa dei suoi con sempre maggiore frequenza, adducendo come spiegazione il fatto che fosse molto stanco. Il periodo a cavallo tra luglio e agosto fu per lui effettivamente molto pesante a causa del lavoro. Tuttavia ciò marcava, però, un repentino cambiamento. In quel periodo capitava anche un rito, la pulitura delle tombe degli antenati, fatto in vista del Chuseok, una festività coreana molto importante. Nei 2 anni precedenti avevo partecipato alla cerimonia, ma questa volta dissi a mio marito che non me la sentivo, perché ero veramente stanca a causa del nuovo lavoro. Va tenuto conto del fatto che l'evento richiede molte energie, perché è necessario svegliarsi alle 4:00 del mattino, affrontare un viaggio di 3 ore (sia all'andata che al ritorno), e stare poi sotto il sole tutto il giorno. Del resto, sia mia suocera che i miei cognati non avevano presenziato nelle scorse occasioni. A questa richiesta il mio ex acconsentì apparentemente senza problemi.

Dopo diversi giorni di assenza mio marito mi scrisse che sarebbe tornato a casa, ed io ero davvero felice, perché avremmo potuto finalmente passare una serata insieme. Non vedevo poi l'ora di mostrargli la patente di guida coreana che ero riuscita ad ottenere mentre era stato via.

Quando sono tornata a casa l’ho baciato e la prima cosa che ho fatto è stato fargli vedere la patente, ma la sua reazione è stata totalmente fredda. Io, cercando di farci poco caso, continuavo ad animare la conversazione finché non mi sono messa sul divano a fare uno spuntino. Lui mi ha raggiunta, a quel punto gli ho chiesto cosa ci fosse che non andava, pensando che si trattasse di qualche magagna a lavoro, e da lì in poi è iniziato l’inferno.


Lui ha esordito dicendomi che dovevamo pensare al divorzio. Diciamo che, in sé e per sé, la frase non suonava nuova, perché era una cosa che diceva senza troppa convinzione tutte le volte che avevamo qualche discussione. Questa volta però era davvero serio. Poi ha iniziato a dirmi ogni minima cosa che gli passasse per la testa: che non ero abbastanza coreana, che non volevo seguire la sua cultura perché gli avevo chiesto di saltare la pulizia delle tombe, che non volevo figli, che non parlavo fluentemente coreano come le ragazze straniere su YouTube (cosa vera, ma questo non mi ha mai ostacolato nel riuscire a comunicare con i suoi genitori e i nostri amici senza problemi), che fossi io la prima a pensare a divorziare perché avevo tenuto anche un conto bancario separato (decisione presa di comune accordo e meno male, aggiungerei, visto come sono andate poi le cose), che non voglio vivere a Yangpyeong e, ciliegina sulla torta, che sono grassa, più grassa di quando mi ha conosciuta. La maggior parte delle cose orribili che mi ha detto erano purtroppo le stesse che diceva sua madre; molte altre, grazie al Cielo, le ho dimenticate.

A quel punto il mio cuore era ridotto in brandelli, non sapevo che fare e, memore delle parole di mia suocera, l’ho chiamata in lacrime spiegandole quello che stava succedendo, ma dall’altra parte ho trovato un muro invalicabile, che ripeteva le stesse cose «Sei grassa, ha ragione tuo marito devi dimenticarti che sei italiana, adesso devi essere coreana» finché non mi ha chiesto: «Perché rendi la vita difficile a tuo marito?» a quel punto le ho risposto che erano loro a rendergli la vita difficile con tutte le loro richieste, non certo io che lo vedevo a malapena per colpa loro. Mia suocera a quel punto mi ha urlato: «Allora divorziate e non venire per il Chuseok!».

La mattina dopo il mio ex se ne andò. Ovviamente ero a pezzi, ma dovevo comunque andare a lavorare e, purtroppo, i guai non erano ancora finiti: il mio ex iniziò subito a mandarmi continuamente sms del tipo «Ci hai pensato? Allora divorziamo?», messaggi a cui rispondevo chiedendogli un po' di tempo, vista la delicatezza della questione e il dolore che essa comportava, ma che non lo fecero assolutamente desistere. Questi infiniti battibecchi mi angosciavano e la pressione che ne derivava mi stava impedendo di concentrarmi sul lavoro. A un certo punto, arrivata al massimo dell’esasperazione, gli risposi che non avevo intenzione di divorziare. Non l’avessi mai fatto! Iniziò a minacciarmi dicendomi che sarebbe andato da un avvocato e, essendo io una straniera, avrebbe trovato un modo per farmi pagare un sacco di soldi. Non soddisfatto, chiamò anche il proprietario di casa dicendogli che avremmo lasciato la casa quella sera stessa, e, nel comunicarmelo, mi disse che non gli importava minimamente se fossi finita per la strada. Potete immaginarvi il mio stato d’animo. Mi trovavo sul mio nuovo posto di lavoro, dove stavo cercando ancora di ambientarmi e nel frattempo continuavo a ricevere questo tipo di minacce. A quel punto avevo urgente bisogno di assistenza legale e fu così che una mia amica coreana venne in mio soccorso, trovandomi un’avvocatessa vicino casa che parlava inglese, e offrendosi di accompagnarmi all'appuntamento. Questa ragazza fu un vero angelo, che mi aiutò, anche nel proseguo, a non colare a picco in una situazione che era ormai diventata drammatica.


Il parere dell’avvocatessa purtroppo non fu molto confortante. Poiché avevo registrato tutte le minacce che il mio ex mi aveva fatto, e potevo dimostrare che avevo svolto decorosamente il mio ruolo di moglie, rispettando i riti e la cultura coreana, non era da escludersi che riuscissi a uscire vincitrice da uno scontro legale. Era tuttavia difficile capire quanto concreta fosse questa eventualità. Al di là di questo, la mia legale si premurò di informarmi che l’unica cosa che non dovevo assolutamente fare era quella di uscire dalla nostra casa, perché il mio ex avrebbe potuto utilizzare la cosa a suo favore, quale "abbandono del tetto coniugale". In questo senso, sarebbe stato come se fossi scappata via, lasciandolo da solo, e le responsabilità della rottura sarebbero ricadute totalmente su di me. Con buona probabilità, l’atteggiamento intimidatorio del mio ex puntava proprio a questo risultato. Ciò detto, dovevo essere ben consapevole che vi sarebbe potuta essere la necessità di chiamare la polizia, qualora le cose fossero peggiorate ulteriormente.


In un sms successivo, mio marito mi informava che sarebbe passato da casa a prendere tutte le sue cose e che voleva vedermi. Abbastanza turbata, chiesi dunque alla mia amica di accompagnarmi e di rimanere sotto casa per qualsiasi eventualità. Lei acconsentì volentieri, ma decise di chiamare anche un'altra ragazza: valutava che sarebbe stato difficile per noi 2 sole tenere testa a un ragazzo di un metro e ottanta completamente fuori di testa. Una volta salita in casa lo trovai con la valigia fatta seduto al tavolo della cucina. Mi sedetti anch'io, ma non prima di aver attivato il registratore sul mio cellulare. Iniziammo a parlare e dai suoi discorsi emergeva un unico nodo: la mia individualità, che ostacolava i voleri della sua famiglia e mostrava quanto poco fossi coreana. Se avessi voluto rimanere sposata con lui dovevo cambiare radicalmente atteggiamento e modo di pensare.

Purtroppo per lui, parlando con tante altre persone coreane, ho scoperto che in realtà ciò che io ho sempre fatto per lui e la sua famiglia, le ragazze coreane non lo fanno, lo evitano. Molti mi hanno detto che se incontrassero un ragazzo con dei genitori così attaccati alle regole medioevali coreane come i suoi, probabilmente scapperebbero a gambe levate. Averle sapute prima queste cose... Ho quindi cercato di fargli capire che probabilmente ero più rispettosa delle tradizioni coreane di molte sue connazionali e che comunque non sarei cambiata per nessuno.

Da quel momento ha iniziato ad avercela con me, di colpo l'amore era diventato odio. Se mi avesse trovato a letto con un altro sarebbe stato meno arrabbiato. La mia unica colpa era quella di voler essere libera di prendere qualsivoglia decisione nella mia vita. Il mio compagno aveva scelto i suoi genitori invece di sua moglie, che si trovava a 9000 km di distanza da tutti i suoi affetti e che aveva lui come unico punto di riferimento. Ho lasciato tutto per lui, ho cercato di essere una buona moglie e amica, impegnandomi sinceramente per fare mia la sua cultura e compiendo, per questo, molti sacrifici che non sono stati minimamente apprezzati. Tutto questo, però, secondo loro non era "abbastanza coreano", per essere la perfetta moglie e nuora coreana avrei dovuto smettere di lavorare, vivere a casa dei suoi genitori e limitarmi a cucinare, fare figli e aiutare mia suocera con le pulizie di casa. In Italia e nel mondo stiamo lottando tanto per la parità dei sessi e loro mi volevano ridurre ad una schiava, senza nemmeno poter scegliere quando fare un figlio. Non potevo accettarlo. Cresceva in me un profondo senso di desolazione: ero venuta a sapere che mia suocera, in gioventù, era già stata sposata con un uomo che la maltrattava. Da quel matrimonio aveva avuto 2 figlie con cui non aveva più nessun rapporto e che non hanno mai conosciuto i propri fratellastri (mio marito e sua sorella). Com'era possibile che un'esperienza di vita così tragica e delicata non le avesse fatto capire quanto fosse importante scegliere consapevolmente di avere figli? Che razza di mostro è una donna così? Ma, cosa ancora più sconvolgente, tutto questo l’ho scoperto mentre ci trovavamo in Italia a giugno ovvero un anno dopo il nostro matrimonio e per puro caso, solo perché al mio ex marito era sfuggito di bocca. Nessuno aveva pensato che fosse opportuno dirmi una cosa del genere, in primis mio marito. Più avanti ho saputo che anche mio cognato e la sua famiglia non ne sapevano niente.

Una frase che mi ha colpita e che il mio ex ha ripetuto spesso durante le nostre ultime conversazioni, è stata «Concedimi il divorzio. Se divorzio velocemente posso trovare un'altra donna e fare dei figli per i miei genitori». Credo sia una delle frasi più tristi e sbagliate che possano esserci a questo mondo. Ovviamente l'ho registrata ed è conservata gelosamente nel mio cellulare, perché certi obbrobri maschilisti di fine ‘800 non devono essere dimenticati.

Un'altra cosa che mi disse è che aveva bisogno del deposito della casa perché doveva ripagare dei debiti dell’azienda, per cui dovevo lasciare al più presto l’appartamento. Di che fine facessi di fatto non gliene fregava un emerito niente. A quel punto gli feci notare che il sacrificio che esigeva mi avrebbe messo in seria difficoltà e che la cifra del deposito, 10 milioni di won, era risibile se confrontata con le uscite che la sua famiglia stava sostenendo, come la frequentazione del country club per giocare a golf o l’acquisto della Mercedes di sua madre. Per non parlare degli 80 milioni di won spesi per l'appartamento dei miei cognati. Va considerato poi che i suoi genitori non ci avevano mai aiutati dal punto di vista economico. La sua unica risposta però fu che non erano "affari miei".

A questo punto il dolore stava lasciando spazio a dei sentimenti di pena e rabbia per questo ragazzo di 30 anni che senza l'approvazione di mamma e papà non prendeva decisioni e decisi di concedergli il divorzio. La sua famiglia era riuscita a fargli un lavaggio del cervello degno dei peggiori film dell'orrore. Purtroppo l'omuncolo che avevo davanti non era più l'uomo che avevo sposato e a quel punto non c'era niente da fare.


Quella sera se ne andò definitivamente, e il giorno dopo, da bravo ragazzino, eliminò ogni mia traccia dai suoi spazi social oltre a sparire per un giorno intero, senza neanche presentarsi a lavoro, tanto che sua madre mi chiamò per sapere se fosse con me, perché nessuno aveva più sue notizie dalla sera prima, in cui aveva lasciato casa nostra. A sparire furono anche tutte le persone che avevano intrecciato le loro vite con la nostra relazione per 2 anni: i miei cognati, i suoi genitori, e i suoi amici, che ho ospitato a casa nostra e sfamato così tante di quelle volte che ho perso il conto. Tutti. Ero totalmente sola, con un divorzio da metabolizzare e la necessità di capire cosa dovessi fare da quel momento in poi. Non una chiamata, non un messaggio. Il giorno del Chuseok, mentre loro festeggiavano come una famiglia, mandai un messaggio a mio cognato chiedendogli di parlare con il mio ex marito, per vedere se poteva farlo ragionare. Visualizzò il messaggio senza rispondermi, ignorandomi bellamente.

Sono stati giorni bui, che non auguro nemmeno al mio peggior nemico, ma dovevo tenere duro. Non potevo permettere che tutto questo mi impedisse di lavorare perché non avrei più saputo come far fronte all’affitto e alle bollette, visto che intanto il mio ex aveva ben deciso che non avrebbe sborsato più niente visto che non abitavamo più insieme. Iniziai così ad organizzarmi, a contattare persone e chiedere informazioni per vedere come muovermi, e scoprii che da divorziata, non avendo figli a carico, non avrei potuto rinnovare il mio visto matrimoniale. Nella pratica avevo solo 4 mesi per sbrigare tutte le faccende pendenti e lasciare il Paese: divorziare, lasciare il lavoro, sistemare le cose con l'ambasciata, chiudere i conti bancari, annullare il contratto telefonico, recuperare la patente di guida italiana e vendere tutti gli elettrodomestici e i mobili.

Da sola non avrei mai potuto farcela e quindi chiesi aiuto all’unica persona che mi ama e mi amerà per sempre: mia madre, che, senza un attimo di esitazione, si organizzò per venire in Corea. Purtroppo non fu indolore: dovette ottenere un'aspettativa di un mese a lavoro durante la quale non percepì lo stipendio, ed era un'entrata importante visto che il suo reddito era l'unico da cui avremmo attinto in Italia, abitando da sole. Inoltre ci aspettavano delle grosse spese: i biglietti aerei, la spedizione dei pacchi contenenti tre anni della mia vita in Corea e la consulenza di un interprete, che mi avrebbe aiutata in tribunale a capire ogni passaggio.


Durante i giorni di limbo che mi separavano dall’arrivo di mia madre successe, purtroppo, un altro guaio. Mentre stavo uscendo dal bagno per prendere una bottiglietta di shampoo e finire di farmi la doccia, sono caduta, sbattendo la testa e tagliandomi una mano. Inutile dire che ero totalmente nel panico. Avevo gli urti di vomito e il sangue che colava sul braccio, e in quel preciso instante ricevetti un messaggio: era il mio ex che mi informava che quella sera stessa sarebbe passato a prendere le ultime cose. Cercai di spiegargli cosa era appena successo e che dovevo andare in ospedale, e lui, con una freddezza inumana, mi chiese solo quando sarebbe potuto passare. A leggere le sue parole rimasi sotto shock, e provai, nuovamente, a fargli capire in che stato versassi, ma lui mandò solo un’altra risposta ignobile in cui mi chiedeva di dargli la password della porta della casa.

Sostenuta probabilmente dall'adrenalina e dall’incazzatura, riuscii a finire di farmi la doccia, indossare i primi vestiti a portata di mano, e prendere l’autobus per recarmi in ospedale chiamando, nel frattempo, una mia collega di lavoro per chiederle di farmi da interprete nel caso in cui in ospedale non riuscissero a capirmi. Quella mattina si concluse così con una seduta di raggi x alla mano, quattro iniezioni, cinque punti e 150 mila won per le spese mediche: per le successive 2 settimane sarei dovuta andare ogni 3 giorni a cambiarmi la fasciatura.


Decisi di non raccontare dell'incidente a mia madre, per non farla preoccupare ulteriormente. Quando finalmente arrivò, ero piena di gioia e la strinsi forte. Vedere il suo viso e poterla abbracciare era quello che avevo desiderato dal giorno in cui era iniziata tutta questa storia e non potevo credere che finalmente fosse lì. Certo, l'idillio durò poco perché avevamo mille cose da fare e solo due settimane.

In quei giorni tempestosi ho avuto anche la solidarietà di tanti amici, che mi hanno aiutato a portare i pacchi all'ufficio postale con le loro macchine, hanno preso tutte quelle cose che non avrei potuto vendere, cercando per le altre dei possibili compratori, e non mancava giorno senza che mi chiedessero come stessi. Prima ancora che mia madre arrivasse inoltre, facevano a turno per tenermi impegnata. La stessa interprete che assumemmo si rivelò una grande persona. Tutto questo amore mi ha dato la forza di continuare a lottare, e vedere quante persone speciali avevo vicino che si prendevano cura di me, mi ha fatta sentire davvero fortunata, nonostante tutto.


A lavoro i miei allievi continuavano a chiedermi di ascoltare Speechless, una canzone tratta dal film Aladdin, che è cantata dalla protagonista femminile, la principessa Jasmine. Ogni singola volta che la ascoltavo o ne leggevo il testo, dentro di me sentivo una carica pazzesca e ho riflettuto sul potere del suo significato, che rappresentava esattamente ciò che stavo provando in quel momento e che provo tutt'ora. Una strofa in particolare continuava a risuonarmi nelle orecchie: But I won't cry and I won't start to crumble whenever they try to shut me or cut me down (Ma non piangerò e non inizierò a sgretolarmi ogni qualvolta che proveranno a farmi stare zitta o ad abbattermi). Pensare a queste parole mi aiutava ad andare avanti con il sorriso e io non volevo assolutamente dare la soddisfazione a chi mi aveva fatto soffrire di potermi abbattere. Ancora una volta avevo la conferma di come la musica potesse aiutare le persone, ed è stato proprio questo brano a darmi il coraggio, poi, di registrare il video con Marco, alias Seoul Mafia. Infatti il ritornello dice: I won't be silenced / you can't keep me quiet / won't tremble when you try / it all I know is I won't go speechless / 'cause I'll breathe when they try to suffocate me / don't you underestimate me 'cause I know that I won't go speechless (Non rimarrò in silenzio / non potete farmi stare zitta / non tremerò quando ci proverete / tutto ciò che so è che non rimarrò in silenzio / perché respirerò quando proveranno a soffocarmi / non sottovalutarmi perché so che non rimarrò senza parole), ed è stato d’ispirazione perché il mio ex e la sua famiglia mi avevano sottovalutata, pensando di potermi trattare come un fazzoletto usa e getta… tanto che potevo fare? Ero solo una povera italiana in un Paese straniero, no? Più ascoltavo questa canzone più realizzavo che non potevo fargliela passare liscia: non mi avrebbero fatta rimanere in silenzio, le persone dovevano sapere quello che mi avevano fatto passare e che razza di esseri umani sono. Così ho iniziato, intanto, a dare la notizia del mio divorzio sul mio account Instagram, a scrivere questo articolo e a girare il video con Marco. In breve la mia storia è diventata di dominio pubblico. Se qualcuno, anche dopo aver letto questa storia, crede che la musica non abbia un effetto curativo sulle persone, non ha capito proprio niente. La musica mi ha fatta arrivare in Corea e sempre la musica mi stava accompagnando nel percorso che mi avrebbe riportata in Italia.



Alla fine, arrivò il giorno della sentenza. Davanti al tribunale eravamo io, mia madre, la mia interprete e due mie amiche che mi erano state vicine fino a quel momento, una di loro addirittura incinta di otto mesi, ma non voleva certo perdersi quel momento che aspettavamo tutte da ormai un mese. Il mio ex quel giorno era irriconoscibile: trasandato, i capelli spettinati, l'espressione vuota, come se fosse in un altro mondo. Non capiva una parola di quello che il cancelliere stava dicendo, tanto che io e la mia interprete dovemmo spiegargli ciò che avrebbe dovuto fare. Mi fece una gran pena: lui, che era solito curarsi e non usciva mai se non aveva i capelli perfetti e che era così pieno di vita, allegro e parlava con tutti, adesso era davanti a me totalmente trasformato.

Anche una delle mie amiche che era lì con me e che lo aveva conosciuto prima della nostra rottura non riusciva a riconoscerlo. Fu lei a dirmi una cosa che, in un primo momento mi fece sorridere, ma che, ripensandoci, non sembrava così assurda. Mi spiegò che nel suo Paese di origine, il Libano, sia comune che parenti e amanti droghino il cibo dei propri cari per ottenere ciò che vogliono, grazie anche all'aiuto di santoni o presunti tali. Indubbiamente mia suocera era ossessionata dai fantasmi, frequentava assiduamente il tempio e la sciamana che lì vi operava (che in Corea viene chiamata Mudang), e non mi fu difficile ricordare quanti pranzi e cene mio marito consumò a casa dei suoi proprio nei giorni che avevano preceduto la sua richiesta di divorzio. Successivamente però, mi è stato anche fatto notare il fatto che i suoi comportamenti potrebbero ricalcare quelli di una crisi depressiva, malattia che in Corea è molto diffusa, ma che viene molto spesso trascurata a causa di radicati tabù. Comunque era la conferma che stava affrontando tutta quella situazione in uno stato mentale di certo non sano.

Essendo il nostro un divorzio consensuale, la pratica si svolse in maniera abbastanza veloce. Una volta usciti dal tribunale mi sono avvicinata a lui e gli ho chiesto perché avesse deciso di sposarmi e quali fossero le vere motivazioni che avevano guidato le sue scelte in questa rottura, ma non ottenni nessuna risposta concreta, solo: «Te l'ho detto, perché sei cambiata». Di fatto, non sapeva nemmeno lui perché stavamo divorziando. Questa è stata l’ultima volta che ci siamo visti.

Quella sera stessa ho organizzato un party di divorzio e di addio con tutte le persone che mi sono state accanto. Abbiamo festeggiato nel ristorante della madre di una delle mie amiche coreane, che aveva insistito affinché facessimo la festa nel suo locale. Eravamo una ventina. È stata una serata indimenticabile, che porterò nel cuore per sempre.


Adesso sono finalmente a casa mia in Italia con la mia famiglia accanto. Mi sembra tutto un sogno, quasi come se non avessi mai vissuto in Corea e non mi fossi mai sposata. Purtroppo il mio ex marito è riuscito a farmi ritornare alla realtà anche se siamo lontani chilometri e chilometri, quando ha deciso di inviare una email a Seoul Mafia, dicendo che lo avrebbe denunciato per il video che abbiamo girato. Sempre e solo minacce da parte sua.

Ancora non ci credo che sono riuscita a superare tutto questo con le mie sole forze, ma anche con l’aiuto di tutte le persone che sono state al mio fianco, soprattutto mia madre. Spero che nessuno debba mai più passare quello che ho passato. Proprio per questo ho deciso di raccontare tutto e anche di rendermi disponibile nel caso qualcuna si dovesse trovare nella mia stessa situazione. Se stai leggendo queste righe, vivi in Corea e ti sei rivista nella mia storia, non esitare a contattarmi per chiedere una mano: sarò felice di darti contatti utili per poter tornare ad essere libera o ad uscire da una situazione difficile. A tutto c’è una soluzione. Il divorzio è giusto. Lasciarsi è giusto. Ricominciare è giusto. Andare avanti è giusto. Dire di no è giusto. Essere soli è giusto. Ciò che NON è giusto è stare da qualche parte e non essere felici e apprezzati.


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