AIRWAVES FESTIVAL

Aggiornato il: 9 gen 2019


Apro gli occhi, un ronzio tremendo tormenta le mie orecchie, so già che fino al pomeriggio inoltrato me lo porterò dietro. Tutto frastornato riesco ad alzarmi dal letto, i miei 29 anni li sento tutti e forse anche qualcheduno in più. Così si conclude una delle settimane più sentite e frenetiche di tutto l’anno, adesso Reykjavík può tornare a vivere la quotidianità.


Facciamo un piccolo passo indietro: ottobre 2016, la prima volta che ho sentito parlare dell’Iceland Airwaves Music Festival. Tra le mille preoccupazioni dettate dal mio trasferimento in terra islandese, dove tutto era nuovo e sconosciuto, mi sono fortunatamente imbattuto in qualcosa che mi ha impressionato e colpito dritto al cuore: l’Airwaves.

Dal 1999 è il festival musicale islandese per eccellenza, dove un’intera città (o forse nazione) si ferma per ascoltare i nuovi talenti ed apprezzare i grandi artisti già affermati.

Tutto nacque in un hangar dell’aeroporto di Reykjavík, dove la compagnia islandese Icelandair decise di finanziare quello che forse è poi diventato uno dei festival più estesi di tutta Europa. Perché "esteso"? Perché il festival non si svolge in un solo posto, ma in tutto il centro storico di Reykjavík, dove tutti i locali che possiedono anche un piccolo spazio per la musica dal vivo fanno esibire i gruppi emergenti: per i locali è un onore e una soddisfazione dare spazio alle giovani band (quanto mi rammarica pensare invece alla situazione Italiana).

Nei cinque giorni dell’Airwaves, in città si percepisce un’atmosfera elettrizzante, tutte le persone camminano in modo frenetico alla ricerca della band che più aggrada il proprio gusto personale. Pensate che nell’edizione 2017 sono state coinvolte 217 band da tutte le parti del mondo, quindi materiale di ascolto ce n’è a volontà.

L’headliner di quest’anno è stato il gruppo britannico Mumford & Sons, ma al concerto di chiusura ci arriveremo.

Nel corso degli anni si sono susseguiti sul palco i più famosi artisti islandesi come Sigur Rós, Björk, Of Monsters and Men, ma anche internazionali: Florence and the Machine, Kaiser Chiefs, Keane, Fatboy Slim e Yoko Ono. Quest’ultima ha con la capitale Reykjavík ha un feeling molto speciale, visto che nel 2007 ha fatto installare in memoria di John Lennon la Imagine Peace Tower ovvero un fascio di luce che raggiunge circa i 4000 metri, con alla base la scritta "IMAGINE PEACE" in 24 lingue diverse. Questa installazione rimane accesa dal 9 ottobre, compleanno di John Lennon, all’8 dicembre, il giorno in cui venne ucciso.

Tra le altre cose, sono venuto a sapere che la costruzione di questo monumento è stata affidata alla ditta Spacecannon di Torino e, sinceramente, mi fa sempre piacere vedere che il Made in Italy è considerato ai vertici per il design.


Quindi, ancora in estasi dalla settimana appena trascorsa a vagabondare da un locale ad un altro dalle 5 del pomeriggio (inizio dei concerti) alle 1 di notte (chiusura dei locali), mi trovo ad avere prima di tutto un portafoglio particolarmente leggero a causa di tutte le birre che mi sono scolato tra una performance e l’altra (ah qui le birre costano circa 10/12 Euro, quindi ci vuole coscienza), ma soprattutto adesso ho l’account di Spotify pieno di giovani band emergenti da ascoltare nel dettaglio!.

La cosa che mi più mi ha sorpreso è come viene accolto questo festival di emergenti dalla popolazione islandese: sono tutti a fare file su file fuori dai locali al freddo (perché spesso i locali sono super affollati) solo per ascoltare alcuni ragazzi che vogliono proporre la loro musica. Siamo sinceri, in Italia siamo lontani anni luce. Per anni ho bazzicato (per i non toscani: "ho frequentato") il mondo della musica emergente a Firenze e per convincere “gli amici” a venire a sentire un concerto dovevi quasi prostituirti. Poi venivano eh, ma stavano fuori dal locale a chiacchierare del nulla e a fumare sigarette, per poi entrare a concerto finito e dirti: «Ma come? Belle finiho?» (per i non toscani: «Ma come, già finito?»). E ti saliva solo la rogna dentro.

Tornando a Reykjavík e al festival, come vi dicevo, la ciliegina sulla torta a chiusura dell'edizione 2018 sono stati i Mumford & Sons. Un gruppo che ho sempre voluto vedere per la loro caratteristica vena folk e sono rimasto piacevolmente sorpreso dal sound identico alla versione studio. Un concerto iniziato sotto un bruttissimo temporale abbattutosi in città, tant’è che circolava voce di una possibile cancellazione. L 'esibizione era al chiuso, ma da queste parti quando c’è una tempesta è sempre di quelle serie, dove c’è poco spazio per gli scherzi: raffiche di vento oltre i 100km/h e pioggia assassina (ma a quella siamo abbastanza abituati). Fortunatamente il concerto non è stato annullato, anzi si è registrato il tutto esaurito, come prevedibile visto che i biglietti si erano volatilizzati in pochi minuti.


Appena entrato nell’auditorium di Valsheimilið ho ascoltato i gruppi spalla, ma sinceramente non mi hanno lasciato nulla, poi sono arrivati i ragazzi di Londra che hanno suonato per 2 ore filate senza tregua, intrattenendo con alcune battute divertenti che hanno sicuramente riscaldato il cuore dei fans.

Il concerto è stato aperto da una canzone molto intima, che va in crescendo. Era un brano che non conoscevo, perché sì, nutro rispetto e stima per i Mumford & Sons, ma non sono un fan e conosco solo le loro canzoni più famose. Il pezzo d’apertura in questione è anche il pezzo che vi consiglio, perché quello che più mi ha colpito oltre ai grandi classici.

A presto, Un abbraccio circolare.

L.M.x



Lorenzo Meucci per gli amici dell'etere L.M.x.

Classe '88, fiorentino verace al momento decentrato a Reykjavík.

Animo Rocker da sempre, cantante e chitarrista.

Appassionato di film, videogiochi, viaggi e fotografia!

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