REPORT DALL'EX OSPEDALE PSICHIATRICO DI VOLTERRA

Aggiornato il: 9 gen 2019


Oggi si cambia radicalmente argomento: mi trovo a 56048, ovvero Volterra. Ebbene si, sono tornato per un breve, ma come sempre-super intenso periodo, nel bel paese. Dopo circa 6 mesi fuori dall’Italia è giusto ogni tanto farsi vivo e ricordare a tutti, famiglia e amici, che sono ancora in vita e in buone condizioni psicofisiche! I miei amici di sempre avevano organizzato da mesi una spedizione esplorativa, e così ci siamo concessi una visita in quello che un tempo era uno dei manicomi più grandi e importanti d’Italia.


Fino a qualche anno fa era possibile accedere a questa immensa struttura senza troppi limiti, ovviamente a rischio e pericolo del visitatore, ma da qualche anno a questa parte è stata presa in gestione da un’associazione culturale che, insieme alla Asl che ne detiene la proprietà, hanno iniziato a offrire dei tour guidati. Le aree visitabili tuttavia sono molte meno del passato.


Sono sincero nel dire che sono rimasto un po’ deluso dal fatto che sia praticamente vietato entrare dentro i vari padiglioni. I tour si svolgono per lo più all’esterno, il che limita grandemente il fascino di questo posto, ma per ovvi motivi di sicurezza nessuno si prende più la responsabilità di far entrare le persone all’interno perché ormai tutta la struttura versa in una condizione di grave degrado.


Ma andiamo per ordine. Arrivati al manicomio la guida turistica ci racconta fin da subito un po’ di storia di questo enorme impianto costruito nel 1887 e utilizzato fino al 1978, anno della sua chiusura. Il manicomio si presenta in tutta la sua maestosità con un totale di 140 padiglioni, ma la sua crescita è stata graduale negli anni. All’apertura si contavano 30 pazienti, ma già dieci anni più tardi il numero era salito a più di 200 per poi giungere a 750 nel 1910, 2621 nel 1930, fino a toccare l’apice della capienza nel 1939, con ben 4794 degenti. La struttura era un vero e proprio villaggio autosufficiente, con generatori elettrici, un acquedotto, fognature private e addirittura un panificio che in tempo di guerra sfornava pane anche per la cittadina di Volterra; e poi una lavanderia, una calzoleria, un banco postale e una fornace dove venivano fatti i mattoni che poi venivano utilizzati nella costruzione e nell’ampliamento del manicomio.


Tutto questo sviluppo fu possibile grazie allo psichiatra, nonché direttore della struttura dal 1900 al 1934, Luigi Scabia, che attraverso la sua formula di cura e rieducazione dei degenti fece costruire ai medesimi un vero e proprio “villaggio dei pazzi” (cosi chiamato dalla comunità Volterra). Chiaramente questo metodo di cura e riabilitazione fece molto scandalo ai tempi e in molti si chiesero se ci fosse un secondo fine in questa mastodontica opera edile e non solo; nel 1933 addirittura venne battuta una moneta interna con tiratura a 70.998 pezzi, con la quale i pazienti venivano retribuiti per i loro lavori all’interno del manicomio. Chiaramente erano fondi che potevano essere utilizzati solo nel manicomio. Tutto questo ovviamente mise in dubbio la posizione di Scabia che nel 1934 venne sollevato dall’incarico di direttore dell’ospedale psichiatrico. Successivamente fu messo sotto inchiesta, ma morì pochi mesi dopo nella cittadina di Volterra e fu seppellito per suo volere nel “cimitero dei dementi”, nel quale venivano sepolti i pazienti poveri o quelli non reclamati dalle famiglie.


Lasciando la Storia e tornando al tour, sicuramente si può dire che l’ex manicomio è un posto sinistro e misterioso, un luogo dove si respira un’aria pesante per la sua storia e per tutto quello che c’è dietro alle migliaia di vite problematiche che l'hanno attraversato. I padiglioni ormai fatiscenti creano un’atmosfera inquietante e allo stesso tempo triste, con le piante che ormai hanno devastato gli infissi e si sono mangiate gli interni.


Come accennavo prima, ormai gli interni sono diventati pressoché inaccessibili e il tour guidato si svolge praticamente al poggio alle croci, che comprende il padiglione Charcot, riservato al ricovero delle pazienti di sesso femminile: qui è possibile entrare solo in una piccolissima parte dove abbiamo assistito alla lettura di alcune lettere dei detenuti, mai spedite ai loro familiari come prevedeva il regolamento in vigore in quegli anni.


Poi si passa di lato, al padiglione Maragnano dove venivano ricoverati i malati di tubercolosi e in cima al colle, un po’ più isolato da tutti gli altri, al padiglione Ferri dove venivano internati i pazienti più pericolosi. Quest’ultimo è sicuramente il più affascinante e tetro di tutti gli edifici del complesso: qui ho percepito il disagio e la sofferenza di questo luogo, i graffi fatti con la fibbia dei pantaloni dal paziente Nof4 (Oreste Fernando Nannetti) sono un pugno allo stomaco, un racconto scolpito sul muro per 180 metri di lunghezza e 2 metri di altezza lungo tutto il padiglione Ferri. Ad un primo sguardo sembrano simboli e formule esoteriche, ma osservando più attentamente è invece possibile leggere quelli che erano i pensieri (se pur confusi) di Nof4. Purtroppo rimangono solo pochi metri di queste mura incise di sogni e sofferenze, rovinati da anni e anni di intemperie e incuria.


Arrivati in fondo al percorso guidato ci è stato detto che era possibile entrare nel padiglione di neurologia, unico edificio accessibile all’interno, ma dotato di minor fascino rispetto ai padiglioni storici, trattandosi questo di una struttura più recente.


Raggiunti i cancelli di uscita mi è stato chiesto un feedback generale e sono stato sincero nel dire che un po’ l’amaro in bocca mi è rimasto: un potenziale incredibile non sfruttato al 100%. Se siete amanti della fotografia rimarrete abbastanza delusi dal fatto di non poter entrare all’interno dei padiglioni limitandovi solo a qualche scatto all’esterno delle mura e poco più.

Per la prima volta però il mio disappunto è servito a qualcosa perché, in via del tutto ufficiosa, la guida mi ha suggerito di andare al padiglione Chiarugi che non era sotto la loro custodia. Un palazzo di 4 piani adibito alla rieducazione dei minori, anch’esso in condizioni critiche, ma ancora perlustrabile! E allora non ci siamo fatti pregare due volte, abbiamo preso camera e cavalletto e ci siamo subito intrufolati al suo interno, che negli anni è diventato centro ricreativo per giovani per poi essere chiuso e abbandonato tra la fine dei ’90 e l’inizio degli anni 2000.


Dentro è ancora possibile vedere tracce di quella che era una radio più o meno amatoriale e molti libri e fumetti sparsi un po’ per tutto il palazzo. Inutile dire che l’atmosfera che si respira all’interno di questi luoghi è mille volte più intensa di quella all’esterno perché in qualche modo si percepisce quello che sono stati.


Dopo una perlustrazione durata più di un’ora, siamo usciti e ci siamo incamminati soddisfatti al museo dell’ex ospedale psichiatrico che si trova all’entrata. Sicuramente molto interessante: sono stati trovati e preservati alcuni pezzi del muro di Nof4 salvati dall’erosione di pioggia e vento, la mappa di come era un tempo “il villaggio dei pazzi” e addirittura le uniformi e gli accessori di pazienti e medici.


Sulla via del ritorno, come spesso capita, ci siamo messi un po’ a googlare info riguardanti questo posto e abbiamo purtroppo scoperto che proprio in questi giorni di inizio 2018 sono stati avviati i piani di riedificazione e riqualifica dell’impianto di psichiatria di Volterra: pare sia stato acquistato da qualche multimiliardario anglo-indiano pronto a distruggere la memoria di quello che è uno spaccato della storia e della cultura nazionale a discapito di residence lussuosi per stranieri… a voi i commenti.


Il brano che vi suggerisco stavolta è "Ti regalerò una rosa", una canzone forte che tratta proprio l’argomento dei malati mentali, vincitrice di Sanremo 2007. L’autore, Simone Cristicchi, ha inoltre diretto un documentario sui manicomi italiani ed è andato proprio a Volterra a cercare ricordi e testimonianze. Penso che non ci possa essere miglior canzone da allegare a questa mia avventura.

A presto,

Un abbraccio circolare.

L.M.x



Lorenzo Meucci per gli amici dell'etere L.M.x.

Classe '88, fiorentino verace al momento decentrato a Reykjavìk.

Animo Rocker da sempre, cantante e chitarrista.

Appassionato di film, videogiochi, viaggi e fotografia!

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